Piccolo quotidiano

Approfondimenti su Vangelo e religione

E soltanto il dire
Silenzioso e quieto
Dedicò ogni fiato
al vivere umile nel tempo


John Baptist

Potere e religione: “due soli” in decadenza.

Il tempo ha dato ragione alle sensazioni avute nel corso dei mesi: il fallimento del potere umano è un dato di fatto, una certezza acquisita. Le guerre iniziate e condotte, senza alcuna speranza di tregua – al momento – certificano in modo chiaro che l’uomo “potente” ha fallito e la storia di questi mesi lo consegnerà al resto del tempo come un mucchio di rottami fuori dalla pressa d’automeolizione. Abbiamo visto video di donne e uomini uccisi come animali e di bambini massacrati fisicamente e psicologicamente: di essi resterà qualcosa nel futuro che li attende e per alcuni sarà una lapide in un qualche cimitero europeo, africano e asiatico mentre per altri sarà un vuoto esistenziale, esca per tanta violenza e macellazione umana per i prossimi decenni. Abbiamo assistito a summit di uomini al governo di popoli interessati alle guerre, alle faziosità e agli schieramenti per lucrare sulla pelle di altri popoli: anche questo sarà la sostanza di vendette annunciate. Se da un lato, con il conflitto russo-ucraino si è dissolta come vapore nell’aria quella spinta di europeismo secolare insegnata nelle scuole degli ultimi quarant’anni, dall’altro, con il conflitto in Palestina è scomparsa ogni possibilità di negoziare anche tra le due religioni, ebraica e islamica; religioni che hanno, tra l’altro, la stessa radice geografica, linguistica, sociologica: praticamente due facce della stessa medaglia.

Perciò, assieme all’uomo “potente” è fallito soprattutto l’uomo “religioso”: l’individuo che s’identifica con i valori di una religione ma strumentalizzandoli a proprio uso e consumo, come se non esistesse un domani. L’uomo “religioso” si perde continuamente; cerca icone e stunt-man, personaggi abili a divincolarsi nelle situazioni di pericolo, come macchine che cappottano o aerei che precipitano, quasi avere fede in Dio o in Allah fosse una fiction d’avventura o d’azione. La religione e i simboli che gli appartengono, in lungo e in largo nel pianeta, si sono polverizzati non potendo giustificare abusi sessuali, truffe e guerre fratricide. Le chiese cattoliche e cristiane, in Europa, si svuotano di giovani e le nuove generazioni abdicano volentieri al credo di quelle passate; il populismo e gli slogan nazionalisti, invece, fanno sempre più seguaci tra gli adulti garibaldini nostalgici ispirandosi al motto “Dio, patria e famiglia”. E così, mentre tutti trovano rimedio e consolazione nei social networks, isolandosi a partire dal proprio habitat più immediato, le case e le associazioni, il pianeta perde l’occasione di diventare una comunità globale, ovvero un posto in cui politica e religione, un tempo definiti come due grandi “soli”, possano animare le appartenenze vitali. Perché c’è bisogno di calore e invece si fabbrica polvere da sparo; occorre vicinanza e prossimità, e invece si costruiscono muri e barriere per mettere in sicurezza sé stessi e gli altri.

Eh, già! Il mondo va indietro: disumanamente è più cool. Generoso nell’indifferenza, brutale nella banalità, meschino nei sorrisi, oltre che carnefice nelle strategie e nelle tattiche per scalare e arrampicarsi nel sociale, l’uomo, una volta capace di “umanità”, protagonista di atti eroici, promotore di cultura, fervido e stiloso negli abbracci sinceri, sta cambiando. La vera conquista culturale, oggi, è prendere coscienza di questo disastro disumano. Certo! Non è il massimo; ma sicuramente è un buon inizio.

Alla consapevolezza, poi, occorre dar seguito attraverso un cambiamento radicale del linguaggio, nel senso di una vera e propria rinuncia a tutto quanto stoni con la musicalità di cui siamo tutti quanti muse ispirate e ispiratrici. Il linguaggio che crea contrapposizioni va immediatamente sostituito con quello che possa lasciar pensare e credere che l’altro e gli altri sono persone con cui potersi confrontare prima di chiudersi a riccio; così come il modo di dire e di parlare innescando odio, rifiuto e indifferenza va abbandonato a favore di modi di raccontare, di abilità narrative in grado di sviluppare un discorso, semplice sì, ma non superficiale: un discorso che giustifichi, che spieghi prima di trarre conclusioni, che aiuti a seguire i passaggi, da una vicenda all’altra, al punto tale da creare una relazione con i propri interlocutori, oltre che con i fatti “veramente” raccontati.

Infine, vanno adottati simbologie con linguaggi di prossimità e di vicinanza, affinché chiunque – anche un bambino – possa comprendere di cosa si sta trattando quando si affrontano argomenti delicati: le malattie mortali, gravi e impossibili da curare hanno un nome e gli eufemismi non aiutano a capire di cosa il corpo può ammalarsi; la prepotenza, la prevaricazione e l’omertà fanno parte tutte quante di una mentalità violenta, possono anche sfociare nell’assassinio, ma sono già disastrose di per sè, anche se dette per gioco o, peggio, in coro allo stadio.

Femminicidi e violenze negli stadi hanno, infatti, radici domestiche, nelle case, laddove il potere di spegnere tv, cellulari e pc, è considerato soltanto perdita di tempo, o addirittura un gesto contro-culturale; invece, è da persone libere scegliere cosa vedere e cosa ascoltare, così come è da famiglie e comitive “vere” discutere a tavola, esprimere opinioni e ascoltarsi, entrando in conflitto -forse- ma per meglio collocarsi prima a casa propria e, poi nella società, un giorno. Niente uso del telefono al ristorante e, comunque, in tutti quei luoghi in cui si consuma a tavola del cibo e si entra in relazione con altre persone tramite gli sguardi ed, in particolare, gli occhi: niente interferenze, niente barriere tecnologiche, niente ostruzioni al contatto umano.

Non siamo messi bene. È vero. Ma siamo in tempo, non è ancora troppo tardi per mettere delle basi, quanto meno, all’unica realtà in grado di ospitare la nostra natura più profonda di persone ed essere umani: la comunità.

Auguri!

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